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Storia

Nessun vino italiano può vantare una storia lunga secoli come la Vernaccia di San Gimignano.

Alla fine del Duecento appare in Europa sulle mense dei re, dei papi, dei ricchi mercanti. E’ un vino bianco, il colore della regalità: «coppe, nappi, bacini d’oro e d’argento / Vin greco di riviera e di vernaccia» recita il poeta sangimignanese Folgòre all’inizio del Trecento. Con ogni probabilità il nome Vernaccia deriva da Vernazza, luogo d’imbarco della produzione ligure. E proprio la Vernaccia è il vino più ricercato e prezioso. Le gabelle di San Gimignano lo segnalano già nel 1276: una «salma vini de vernaccia ad mulum, soldi 3»; Salimbene de Adam lo descrive prodotto nelle Cinque Terre nel 1285, molti poeti francesi del periodo lo cantano come il vino più prezioso: «in verità, di tutti i vini è il non plus ultra» scrivono Jeofrois de Wateford e Servais Copale.

Nel Trecento ottiene un successo straordinario non solo sulle tavole delle classi dominanti. La storia della letteratura riporta un crescendo di estimatori: da Cecco Angiolieri a Dante, da Boccaccio a Franco Sacchetti, dai francesi Eustache Deschamps e Jean Froissart agli inglesi John Gower e Geoffrey Chaucer. Quest’ultimo la prescrive al vecchio Januarie per affrontare la notte con la giovane sposa: «He drinkkith ypocras, clarre, and vernage / of spices hote, to encrese his corrage».

La sua produzione si diffonde: in Liguria e Toscana all’inizio, poi nei due secoli successivi in quasi tutte le zone enologiche italiane. Appare anche una versione nera in Calabria, nel Cilento, in Lombardia. Se nel Trecento è la Vernaccia di Corniglia la più ricercata, poi sono la Vernaccia di Cellatica (Lombardia) o Santo Noceto (Calabria), ma soprattutto è la Vernaccia di San Gimignano a caratterizzarsi e a identificarsi strettamente con il territorio di produzione.

Nelle terre di San Gimignano, già produttrici di rinomato zafferano, diventa subito un prodotto “di punta” assieme al vino Greco. Già nel 1321 si trovano atti che descrivono le vigne: «Narduccio del fu Saladuccio acquista alcuni pezzi di terra nella vigna di Casale (…) riservandosi l’orto e il pastino vernaccie». Nel 1330 un testamento descrive il poggio «dicta vinea vernaccie». Nel Catasto fiorentino del 1427 il prezzo della Vernaccia sangimignanese arriva a 3,90 fiorini. Nel 1465 il nostro vino brilla nei calici delle nozze di Bernardo Rucellai con Nannina Medici, sorella di Lorenzo il Magnifico. Nel 1487 Ludovico il Moro, signore di Milano, pretende dal Comune di San Gimignano 200 fiaschi di Vernaccia per le nozze di un Visconti con Isabella, figlia del re di Napoli. Le richieste dei “potenti” non dovevano essere sporadiche, né tenute in poca considerazione se il Comune di San Gimignano si preoccupa, nel 1477, di nominare due ufficiali assaggiatori perché «ne provvedessero del migliore e ben condizionato».

Nel Cinquecento la produzione cresce ulteriormente. Tutte le principali famiglie sangimignanesi e le molte fiorentine che avevano acquistato delle terre e delle fattorie nel contado, impiantano nuove vigne di Vernaccia. Ne è testimone, negli anni immediatamente successivi al 1553 Sante Lancerio, bottigliere di papa Paolo III Farnese, il quale racconta che «nella partita che fece di Roma Sua Santità che fu nell’anno 1536 la sera alloggiò a Poggibonzi, dove qui erano ottimi vini di S. Geminiano (…) anche di buonissime vernacciuole, e di questa bevanda gustava molto S.S. e faceva onore al luogo ».

Il Seicento è un secolo “dorato” per la Vernaccia di San Gimignano. Nel 1610 non sfugge al commento di Francis Scott, autore della prima “guida” d’Italia per i viaggiatori del grand tour: «cittadina particolare, perché produce vina vernatica finissimi e si decora bene di Templi splendidi». Un grandissimo estimatore del «dolcissimo licore» è stato sicuramente Gabriello Chiabrera, poeta famosissimo nelle corti italiane ed europee, che sottolinea l’eccellenza del vino in diverse opere: «di vin qual ambra puro / voglio io ch’ella trabocchi, / che dolce, che maturo, / tosto che il’ versi ti s’avventa agli occhi i grappoli suoi furo / della vendemmia egregia / onde in Toscana Gimignan si pregia». E’ alla corte dei Medici, granduchi di Toscana, che la Vernaccia di San Gimignano raggiunge un’altissima considerazione. Giorgio Vasari dipinge, nel salone dei Cinquecento in Palazzo Vecchio a Firenze, nell’ “Allegoria di San Gimignano e Colle Val d’Elsa” «un satiro giovane che beve la Vernaccia di quel luogo». Quasi un secolo dopo, nel 1643, Michelangelo Buonarroti il giovane scrive i versi: «ma i terrazzani altrui sempre fan guerra / con una traditora lor vernaccia, / che dànno a bere a chiunque vi giugne / e bacia, lecca, morde e picca e pugne», ed infine Francesco Redi, nel “Bacco in Toscana” avverte: «Se vi è alcuno a cui non piaccia / La Vernaccia / Vendemmiata in Pietrafitta, / interdetto, / maladetto, / fugga via dal mio cospetto».

Nel Settecento gli anni del declino della produzione coincidono con i cambiamenti del gusto. L’arrivo in Europa delle nuove bevande esotiche: tè, caffè, cioccolata, il diffondersi dei liquori, prima sconosciuti o usati per lo più come medicina, crea una nuova moda che relega la Vernaccia (come la Malvasia e i vini “grecizzanti”) ai margini dei desideri della società e dei mercati. Tuttavia, anche se in quantità ridotte, la Vernaccia di San Gimignano continua ad essere prodotta. Nel 1787 Giovanni Targioni Tozzetti scrive che la Vernaccia ha «tanto poco colore che pare acqua, e al palato riesce gentile, ma non risveglia una sensazione di gran sapore, sicché gustato pare vino leggerissimo ma nello stomaco mette gran fuoco» e nel 1787 l’Ospedale di Santa Fina ancora vanta tra le sue proprietà una “vigna delle vernaccie”.

Nell’Ottocento la produzione continua ancora a calare e ormai il vitigno si trova soltanto sparso tra i filari mescolato agli altri per «fare vino comune». In questi anni il canonico Ignazio Malenotti, accademico dei Georgofili, autore di un best seller dell’epoca, il “Manuale del vignaiolo toscano”, conferma questa situazione descrivendo accuratamente le modalità tradizionali della vinificazione dell’antico vino.

All’inizio del Novecento, mentre l’ondata delle patologie sta cambiando radicalmente i connotati del vigneto italiano, Ugo Nomi Venerosi-Pesciolini, fondatore dei Musei Civici e della Biblioteca di San Gimignano, rileva che di Vernaccia «qualche raro possidente ne serba alcun poco, o per curiosità o per gratificarne gli amici, ma è cosa piccolissima e non si commercia; tiensi quasi come il rosolio».

La rinascita comincia negli anni Trenta del Novecento. Carlo Fregola, Reggente della Cattedra Ambulante di Agricoltura di Colle di Val d’Elsa, è convinto della possibilità di reimpianto dell’antico vitigno e lo ritrova nel 1931 sparso nei filari in quasi tutte le zone del Comune di San Gimignano. «Gli agricoltori di S. Gimignano debbono comprendere l’importanza del tentativo di riconquistare alla Vernaccia l’antica considerazione. Lo scopo si dovrebbe raggiungere perché il prodotto è veramente pregevole». La seconda guerra mondiale spegnerà subito ogni velleità di rinnovamento. Il processo è tuttavia ormai innescato e nei primi anni Sessanta ricomincia con vigore.

Gli anni ’60 del secolo scorso segnano la rinascita del vino. Recuperato il vecchio vitigno dalla confusione dei filari della coltivazione a promiscuo, la Vernaccia viene reimpiantata nelle vigne secondo i criteri della viticoltura specializzata. Nel 1966 è il primo vino italiano ad ottenere la Denominazione di Origine Controllata. Nel 1972 la creazione del Consorzio della Vernaccia, poi Consorzio della Denominazione San Gimignano, dà nuovo slancio alla produzione che cresce progressivamente in quantità e qualità ottenendo nel 1993 la Docg, il massimo riconoscimento della legislazione italiana vigente. Gli ultimi venti anni sono contraddistinti da un’ulteriore e generalizzata crescita della qualità del vino come dalla ricerca della salubrità del prodotto, e dalla ricerca delle caratteristiche peculiari della Vernaccia di San Gimignano attraverso la consapevolezza “antica” dei produttori di interpretare una “nuova tradizione”.

Le citazioni sono tratte dal libro di Marco Lisi, Sulle tracce della Vernaccia dal XIII al XXI secolo, Nuova immagine, 2013.